Angel Dust

“Of Hum an Bond age”

-Century Media-

 

 

La recensione come vedete arriva un po'  in ritardo… beh, il motivo è molto semplice. Ero largamente entusiasta dell’uscita di questo nuovo lp degli Angel Dust, un gruppo che seguo dai –bei- tempi della reunion, quando sfornarono il grandioso “Border of reality” e, da lì in poi, un susseguirsi di capolavori quali il meraviglioso “Bleed” e il difficile “Enlighten the darkness”; poi mi sono ritrovato tra le mani il promozionale di “Of Human Bondage”, e ascoltandolo non ho potuto certo esultare come per gli album precedenti… un cambio di stile che forse non avevo compreso alla prima? Un lp transitorio che porterà gli Angel Dust verso lidi nu-metal? Un album più strano degli altri, che necessita di molti ascolti per essere compreso fino in fondo? Questi i vari dubbi che mi assalivano e per i quali mi sono preso un periodo di tempo per ascolti approfonditi, ma purtroppo alla fine di tutto non posso che bocciare questo nuovo lavoro della storica band tedesca. La produzione, benché nitida e potente, risulta tristemente piatta, l’artwork in definitiva è l’unica cosa veramente notevole dell’album, il songwriting non sfiora neanche i livelli eccelsi a cui la band ci aveva abituato. La recensione potrebbe finire qua, ma vediamo di analizzare ogni singolo brano per rendervi l’idea della mia delusione…

La partenza con un brano come “The Human bondage” non è delle migliori, ma la song dopo svariati ascolti comincia a trasmettere qualcosa, con il suo riffing potentissimo e un sound a metà tra il classico e il moderno, nonché una bella scopiazzatura dei Fear Factory a metà brano, del tutto fuori luogo, forse l’elemento che non permette a questa pseudo-title-track di superare la sufficienza.

Immediata e bellissima la seguente “Inhuman”, in cui con grande piacere del sottoscritto si riconoscono i veri Angel Dust; ha molto da spartire con il brano precedente, anzi, ne sembra la bella copia lasciando sperare in un’eventuale impennata…

E lo stesso effetto lo dà la icedearthiana “Unreal Soul”, veramente un bel mid-tempo dal sound ultra devastante e dal ritornello dove metal e musica d’atmosfera si fondono alla perfezione, ma ecco che affiora finalmente il vero problema che durante questi tre brani aleggiava senza farsi riconoscere: sembra proprio che Frank Banx e soci stavolta abbiano tirato via le cose, dando sfogo alla loro genialità esclusivamente nei chorus, tralasciando in modo pietoso le restanti parti delle songs. E sono convinto che si tratti proprio di un passo falso dei capobanda, dato che il nuovo arrivato Ritchie Wilkison (già chitarrista di Demons & Wizards e Therion) dimostra in quasi tutti i brani di avere dell’ottima inventiva e di essere dotato di un’originalità unica,sia a livello solistico che ritmico. Un altro gruppo che disimpara a sfruttare al meglio ottimi session musicians? Pare di sì!

Si prosegue sulle dolci ma noiosissime note di “Disbeliever”, una ballad che ricorda a tratti i Nevermore, a tratti gli ultimissimi Savatage, poi l’orrenda e inutile “Forever”, e ancora una deludente “Unite” in cui l’accoppiata Wilkison(ch)/Steven Banx(ts) sarebbe stata stravincente, se solo le melodie dell’intero pezzo fossero state curate con la classe ormai perduta. Stesso discorso, identico, vale anche per “Got this evil”, un’altra potenziale perla sprecata dalla pretesa del gruppo di copiare i Nevermore senza avere i numeri per farlo; ma l’orrore vero e proprio ci aspetta alla traccia numero 8, dal titolo “The Cultman”, una ballad apparentemente bellissima, oscura, arrangiata da dio e tutto il resto, ma ascoltandola con attenzione non può non saltare all’orecchio l’UGUAGLIANZA con una certa “Dreaming neon black” altrettanto firmata Nevermore!!! Non riuscivo a crederci, i padri che copiano i figli, tutto ciò è inaudito, quando poi la seconda parte sembra che riprenda pari pari il tema di “Chances three” dall’ultimo lp del gruppo di Warrel Dane la delusione raggiunge livelli stratosferici… Sapevo che lo scorso tour americano in cui le due band si sono fatte compagnia aveva lasciato dei bellissimi ricordi nella mente di Frank Banx, ma che addirittura il funambolico bassista avesse voluto trasformare gli Angel Dust in una COVER-BAND dei Nevermore mi sembra eccessivo. Beh, questo purtroppo è quanto, non basta la splendida “Freedom awaits” a cambiare le sorti del disco, anche se in questa traccia il solito combo chitarra/tastiera finalmente viene sfruttato a dovere raggiungendo –troppo tardi, ahimè!- ottimi livelli pari a quelli di “Enlighten the darkness”; non mi soffermo neanche sull’ultima “Killer”, un pezzo da non classificabile –si direbbe a scuola, ndA-, una schifezza, passatemi il termine, unica.

Sostanzialmente un disco veramente bruttino, con delle pretese troppo grosse che si risolvono in un terribile nulla di fatto! Non si può certo spendere svariati €uro per un disco in cui le uniche cose ascoltabili sono le chitarre e le tastiere! Non me la sento di giudicare questo lavoro come la morte definitiva degli Angel Dust, preferisco rimandarli alla prossima, dare loro una nuova possibilità e considerare questo insufficiente prodotto come un incidente di percorso…

 

VOTO: 

5

Agnar