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Il Gods of Metal dei dubbi. Dopo
la manifestazione - sottotono - del 2001, e quella pressochè trionfale
svoltasi proprio al Brianteo due anni fa nel segno di Slayer ed Iron
maiden, quest'anno il festival più importante d'Italia rimarrà nella
memoria di molti per un altrettanto alto numero di cose, positive per
certi versi, negative per altri. Come al solito, notevoli sono stati i
disguidi organizzativi, trionfanti per il numero (di certo non
contenuto) di imprecisioni relative al factotum di chi ha diretto le
cose. Innanzitutto, sono puntualmente saltati molti dei servizi navetta
che avrebbero dovuto collegare il Camping Autodromo allo stadio
monegasco, costringendo molti degli spettatori - fra cui il sottoscritto
- a giungere a destinazione con un ritardo di certo non trascurabile. La
manifestazione, per me, è iniziata con la pausa-soundcheck posta a metà
fra l'esibizione dei Soil e quella degli Ill nino, i due nomi più
rappresentativi che il crossover si portava appresso in quest'occasione
di lusso. Ed i problemi non si sono fermati qui: migliaia di disappunti,
specialmente relativi al fatto dei pass, grazie ad una mail senza
risposta da me spedita alla Live in Italy che mi ha fatto intendere che
i suddetti cartellini servissero solo a scopi di presenza nei backstage.
Il pass da me ricevuto, però, era relativo all'ingresso, e quindi sia
io che l'altro membro a cui il biglietto era destinato (Slaytanic
Dekapitator) abbiamo ugualmente speso i settantasette Euro per entrare
nello stadio, trovandoci in mano due pass che non ci davano il permesso
- come ci era stato specificato alcune settimane prima - di giungere
all'interno dei backstage. Il risultato? Non potremo offrirvi, su queste
pagine, il report della conferenza stampa dei Sodom, nè è stato
possibile, per motivi temporali, effettuare con ordine la domanda ai
Manowar, cosa svoltasi all'uscita di questi dalla sala conferenze con
fretta e furia, dopo che era stato raggiunto un accordo in extremis per
poter effettuare la presenza alle conferenze con i pass ricevuti. Nei
prossimi giorni, tuttavia, avrete su MetalManiacs i risultati delle
conferenze di Kreator, Domine e Manowar. Ottimo, invece, è stato il
servizio di pulizia, in quanto lo stadio, al mattino del nove giugno, si
presentava ben ripulito nonostante la devastazione relegata al manto
erboso dai presenti della serata precedente (una buona parte delle zolle
sottostanti al palco sono volate in direzione degli Anti-product, e per
questo non possiamo non tacere in direzione della massa di cretini che,
tutti gli anni, puntualmente fanno passare i metallari da incivili).
Nulla - o quasi - è cambiato all'interno dei bill proposti: saltata il
giorno precedente all'esibizione la presenza dei Rammstein, band che
attendevo a gioia e che ha motivato affermando che "il tastierista
si è avvelenato". Bugia o realtà? Sorvoliamo. Fatto il punto
sull'organizzazione, passiamo ai fatti, ovvero ai concerti che i
metallers italiani aspettavano da un anno. Il Gods of Metal, sotto
questo fronte, è stato prolifico, soprattutto sotto i nomi di Slayer,
Virgin steele, e - a sorpresa - Blind guardian.
Dark Mayhem
8 giugno 2002 - Recensioni a
cura di Dark Mayhem
Arrivato allo stadio con un
netto ritardo accumulatosi a causa dell'inesistenza delle tanto
acclamate navette di trasporto camping-luogo del concerto, il mio Gods
of Metal si è avviato con la pausa relativa al soundcheck degli Ill
nino (voto:
6,5),
formazione da poco sul mercato col fortunato "Revolution...revolucion",
acclamato disco crossover recensito positivamente da Thrasher[XXX]. La
loro prova è stata più che sufficiente, resa potentissima da un suono
pressochè impeccabile giocato prevalentemente sui bassi, e dalla
presenza, on stage, di due batteristi ottimamente coordinati fra loro ed
efficacissimi ogniqualvolta era richiesto qualche passaggio
cassa-tamburi, ben svolti a causa della disponibilità di quattro
battenti di cassa e di un imprecisato numero di tom. Bella prova, ben
accolta da un'ottima fetta del pubblico, a dispetto del bottigliamento
relegato ai poveri Anti-product.
A seguire,
Sodom
(voto: 8).
Circa cinquanta minuti a disposizione, un suono aggressivo, scarsa
tecnica, e poca voglia di presenziare sul palco. Bernemann appare come
l'unico membro del trio tedesco voglioso di suonare, Tom Angelripper
headbanga furiosamente a tratti per poi apparire spesso statuario, ma
nonostante questo, il pubblico, sul quale gravava il fattore pioggia,
non ne risente ed acclama fino all'ultimo minuto la band teutonica. Si
apre con "Among the weirdcong", opener-track, peraltro, di
"M-16" (ultima release targata Sodom), e si prosegue con una
miriade di ottimi pezzi che, però, lasciano con l'amaro in bocca una
buona parte dei presenti a causa dell'esclusione di celebri canzoni come
"Agent orange", "Tired and red", "Blasphemer",
"Sodomy and lust", "Capture the flag"...tanto per
citarne alcune. Il tutto va avanti con ordine ed onore: "Sodomized"
ed una stravolta versione di "Outbreak of evil" (avviata in
puro mid-tempo style) scatenano un pogo incredibile, il pubblico canta e
si sbatte per la band, e pezzi come le monumentali "Witching
metal" - "Remember the fallen" lasciano tutti
soddisfatti. Ottima la chiusura, affidata a "Bombenhagel",
dalla quale è stato tolto l'inno tedesco in posizione solistica a
favore di una particolarissima melodia popolare tedesca. Bel concerto,
sottotono per il nome coinvolto, ma ugualmente devastante.
Il Gods of Metal prosegue nel
segno del thrash metal tedesco, ed il portavoce di tutto ciò, in questo
caso, si materializza nel nome dei
Kreator
(voto: 7,5).
Mille Petrozza e soci, saliti sul palco supportati da un Rob in ottima
forma e da un Ventor Reil devastante e preciso in maniera chirurgica,
hanno dato prova dell'ottima consistenza produttiva di questa band
grazie a svariati - e stupendi - pezzi estratti dall'ultimo lavoro,
"Violent revolution". Il suono non era di certo dei migliori.
Sami, chitarrista della band, si è rivelato impeccabile sui riffs ma
spreciso nella solistica, meglio interpretata da Petrozza, quest'ultimo
sporchissimo nelle fasi veloci ritmiche. Ottime le prove offerte su
"All of the same blood", "Reconquering the throne",
"Violent revolution", capisaldi dell'ultimo sigillo offerto al
pubblico dal quartetto, mentre i classici della band sono stati
rappresentati dalle splendide versioni di "Pleasure to kill",
"Flag of hate", "Extreme aggression" e "Tormentor",
capolavoro tratto da "Endless pain" e posto in chiusura al
concerto (come avvenne a Firenze alcuni mesi fa). Proposto poco o nulla
dalla fase intermediaria della carriera della band, fra cui segnalo le
bellissime mid-tempos "People of the lie" - "Phobia".
Tuttavia, il pessimo mixaggio ha rovinato tutto.
Il festival cambia rotta.
Abbandonato ogni ricordo del crossover degli esordi, e del thrash
dell'ultima fase trascorsa, improvvisamente giungono sul palco, come da
scaletta, i My dying bride (Voto: 6,5).
Ottima la proposta di pezzi come "The cry of mankind" e
"Turn loose the swans", mentre l'amaro in bocca è giunto con
la presentazione dei pezzi estratti dall'ultimo ed appena sufficiente
album, avente per titolo "The dreadful hours". La band ha
tuttavia saputo suddividere bene la scaletta fra parti estratte dal
periodo doom-death ed una buona porzione relativa ai trascorsi più
dipendenti dal gothic metal. Poco il tempo a disposizione della band,
che comunque si è ben difesa in relazione al suo oramai prestigioso
nome, ben affermato all'interno della scena metal estrema
internazionale. In definitiva, però, mi sono perso una certa parte
dell'esibizione per poter partecipare all'intervista ai Kreator, e non
posso di certo offrirvi un report completo a riguardo.
Rob
Halford
(Voto: 9)
si è rivelato, successivamente all'esecuzione del concerto dei My dying
bride, come una delle più grandi sorprese dell'intero Gods of metal.
Una line-up da spavento, includente il batterista degli Spastic Ink.
Bobby Jarzombek, un look totalmente Priestiano con tanto di giubbotto di
pelle borchiato con croci celtiche e simboli vari, ed una prestazione
incredibile. Halford ha fatto tabula rasa di tutto ciò che aveva
suonato, sul medesimo palco, in precedenza. Heavy metal classico,
devastante. Tramite questo, il Metal God ha ridicolizzato nettamente la
scialba prestazione offerta dai Judas Priest l'anno scorso. Rob si è
dimostrato all'altezza del suo nome, nonostante i numerosissimi anni di
carriera, su tutti i frangenti che il suo cantato può offrire:
screaming, falsetto, pulito, e fasi aggressive - talvolta rasenti il
growl. Ottima la scelta dei pezzi: il concerto è iniziato nel segno
della pioggia e di Painkiller, intramontabile classico estratto dalla
penultima fase della carriera dei Priest. Si è continuato attraverso
"Jawbreaker", secondo pezzo di "Defenders of the faith"
(uno dei lavori più anthemici degli anni ottanta), ed il trionfo è
avvenuto tramite l'esecuzione della fortunata accoppiata "The
Hellion" - "Electric eye". Buoni anche gli estratti dalla
carriera solista di Halford, fra cui segnalo "Resurrection" e
"Betrayal", quarto pezzo del nuovissimo "Crucible".
Bellissima anche "Exciter", ma va ammesso che il concerto,
dopo una sfuriata iniziale, è incredibilmente calato di tono nella sua
fase mediana, nonostante un'ottima ripresa finale dettata dalla
succitata "Electric eye". Buoni segnali in vista dell'uscita
di "Crucible", ma passiamo oltre.
Niente Rammstein. E così, dopo
un soundcheck interminabile, siamo giunti al piatto forte della serata.
Sul palco sono comparsi, nell'ordine, una batteria Tama posta su di una
pedana rialzata, file aggiuntive di casse e nuovi amplificatori, ed uno
sfondo claustrofobico...il medesimo presentato al Tattoo the planet.
Questo era il background degli Slayer
(Voto: 10), la formazione che, come nel 2000, ha avuto l'onore di
radere al suolo il pubblico monegasco. I quattro californiani,
rafforzati dal rientro in line-up (che pare delinearsi definitivo) di
Dave Lombardo, hanno distrutto tutto quello che era possibile
distruggere. "Disciple", miglior pezzo di "God hates us
all", ha stordito il pubblico in apertura, dando un assaggio della
potenzialità che questa band puo'offrire alla soglia dei quarant'anni;
"War ensemble" si è proposta come uno dei migliori sigilli
della carriera della formazione di King-Hanneman, e la scaletta e filata
via liscia, simile come quella presentata al Tattoo, con le sole
differenze dell'esecuzione di "Spirit in black" - "Born
of fire" - "Payback" al posto di "Captor of
sin" e "Dittohead". Una scelta azzeccata: la band si è
catapultata indietro di dodici anni, presentando - come era logico
aspettarsi - una scaletta ben incentrata sui pezzi di "Season in
the abyss", in quanto sono state incluse, in essa, anche "Dead
skin mask" (presentata da un Araya malvagio e ben calato nella
parte), la title track, ed i pezzi succitati. Estratte da "South of
heaven" l'opener omonima e "Mandatory suicide",
quest'ultima stravolta nelle parti - velocizzate nelle sezioni di cassa
- di batteria, mentre dai primi due dischi abbiamo potuto sentire
soltanto "Chemical warfare", "Die by the sword" ed
"Hell awaits". Poco privilegiati gli ultimi dischi, con pochi
pezzi da "God hates us all", uno soltanto da "Diabolus in
Musica" ("Stain of mind"), e nessuno dal criticatissimo
"Divine intervention". Logicamente, gran peso, quello dato dai
quattro alla tracklisting di "Reign in blood", proposta con
"Angel of death" (con tanto di acuto iniziale e solo di
batteria raddoppiato nella sua durata e velocizzato nei metronomi da
Lombardo), "Raining blood" (eseguita, peraltro, mentre
pioveva) e "Postmortem". Ottimi i suoni, eccetto quelli della
batteria di Dave: troppo secchi quelli del rullante, bassi i volumi in
apertura, e comunque di poco ritoccati quelli della cassa sino alla fine
del concerto. Tuttavia, perfetta la prestazione di quest'ultimo,
nettamente migliorato rispetto ai tempi in cui lasciò la band per
dedicarsi ai Grip Inc. Imperfetta la prova di Araya: il singer di
origini cilene si è imbattuto in un furioso headbanging per tutta la
durata del concerto, apparendo però sotto tono sulle linee vocali
rispetto all'esibizione del Tattoo the planet, quest'ultima superiore
per effetti speciali ma non per il movimento creato dalla band sul
palco. Grande il responso del pubblico: sfiorata una banale rissa nelle
file sottostanti il palco, ma per il resto, in un pogo vasto ed in un
tumulto di headbangers, tutto si è svolto correttamente e
calorosamente. Che gli italiani amassero questa band, del resto, lo si
sapeva.
Dark Mayhem
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